IL MILIARDO “FANTASMA” DEL TESORO DEGLI AGNELLI, OVVIAMENTE ALL’ESTERO SENZA AVER PAGATO UN CENT DI TASSE


I magistrati hanno accertato l’esistenza di conti segreti all’estero dell’Avvocato, custoditi presso Morgan Stanley di Zurigo e tenuti nascosti alle due legittime eredi (o sicuramente a una di esse, Margherita Agnelli), dando implicitamente ragione alla figlia dell’Avvocato e definendo «non avventata» né la sua pretesa di conoscere la verità, né la sua iniziativa giudiziaria promossa in sede civile a Torino volta a ottenere il rendiconto dei beni del padre.

Il primo di questi conti, ancora segreti, ammontava nel 2004 – secondo la testimonianza di Paolo Revelli – «a una cifra compresa tra gli 800 milioni e il miliardo di euro». Sono poi venuti alla luce – secondo l’esposto degli avvocati Galasso ai magistrati milanesi – altri tre conti «che nel 2002 erano nella disponibilità di Gianni Agnelli», per un totale di 411 milioni di euro. In tutto quindi si tratta di quasi 1,5 miliardi di euro di cui sicuramente almeno una delle due eredi non era stata messa al corrente. E quindi la domanda è: chi si è intascato o chi controlla oggi quel denaro che spetta alle due eredi, cioè 750 milioni per Margherita e 750 perdonna Marella?

Ne deriva un’altra questione molto rilevante: Jachi Elkann, che controlla almeno nominalmente tutto l’«impero» era informato di tutto questo denaro occultato o ha appreso la notizia dalle carte dei magistrati milanesi?

I casi sono tre. Se ne era informato e non ha mosso un dito per informare, e accreditare quel denaro alla madre e alla nonna, certo non si è comportato bene e ha «tradito» entrambe. Se invece ha informato solo la nonna, che può aver generosamente donato a lui (nonostante abbia otto nipoti e non solo uno) quei 750 milioni, ha commesso una grave scorrettezza nei confronti di sua madre Margherita. E questo, francamente, non sta bene. Se invece, come terza ipotesi, Jachi non sapeva nulla, tutto ciò è molto grave. Poiché significa una sola cosa: sia colui o coloro che avevano il controllo di quel conto, sia chi ne teneva le chiavi in Svizzera, sia le persone cui questo fiduciario riferiva a Torino, hanno commesso un reato ma soprattutto hanno anche «preso in giro» Jachi Elkann, non solo sua madre e sua nonna. Quale delle tre ipotesi può essere vera? Il corollario a tutto questo suscita un altro quesito non da poco: se Jachi non sapeva o non gli era stata prospettata la situazione in modo completo, ha adottato sanzioni, e quali, nei confronti di chi ha, diciamo così, «tradito la sua fiducia»? Ma, prima di fare questo, ha «convocato» qualcuno nel suo ufficio e gli ha chiesto: «Perché questo denaro di mio nonno non era ancora stato portato alla luce? Perché ci sono voluti due magistrati per scoprirlo? Chi era a conoscenza di questa somma e chi ne aveva e ne ha la disponibilità? Perché non sono mai stato informato di questa situazione? Ci sono altri asset del patrimonio di mio nonnoGiovanni Agnelli nelle stesse condizioni?». C’è da augurarsi che John abbia esercitato i suoi poteri, ammesso che ne abbia o abbia avuto il coraggio di farlo…

I magistrati scrivono che la più cospicua di quelle provviste era «fiduciariamente intestata e detenuta attraverso molteplici conti da Siegfried Maron». Si tratta del capo del «family office» di Zurigo, cioè la struttura finanziaria che aveva il compito di gestire e ovviamente far fruttare il patrimonio personale di Agnelli all’estero. Risulta dagli atti che Siegfried Maron – e un’altra colonna portante di quell’«office», Ursula Schulte –, riferivano a Gianluigi Gabetti. E dunque, il pallido Jachi – nel caso malaugurato non sapesse nulla prima delle scoperte dei magistrati – ha chiesto al suo tanto amato Gianluigi, o gli ha detto di chiedere a Maron, notizie sulla vicenda? In quali tasche è andato a finire quel miliardo e mezzo di euro? Il «povero» Jachi avrà osato porre queste domande? Oppure, nel caso sapesse tutto e lo avessero informato a tempo debito, che cosa aspetta a restituire alla madre e/o alla nonna, o a suddividere tra tutti gli altri sette suoi fratelli e fratellastri, i 750 milioni cui ciascuno ha diritto e che appartengono a loro?

A proposito di Morgan Stanley e dei suoi «metodi» occorre fare un piccolo passo indietro. Quando Margherita Agnelli cominciò la sua battaglia per accertare se davvero una parte del patrimonio estero del padre le era stato nascosto – come lei è convinta che sia – i suoi consulenti legali scrissero una lettera proprio a Morgan Stanley. Si riferivano al bonifico che la banca di Zurigo aveva effettuato a favore di Margherita, e anche di Marella, nel momento in cui era stato raggiunto l’accordo tra madre e figlia. Si trattava della somma di 109 milioni e 685 mila euro riguardanti la quota di ciascuna erede per la successione aperta in Italia presso il notaio Ettore Morone di Torino. Tale somma, in totale quasi 220 milioni, era stata incredibilmente bonificata dalla banca svizzera. Si è scritto «incredibilmente», poiché risulta chiaro che effettuare una tale operazione in quella maniera (per un testamento aperto in Italia, da un notaio italiano, che riguardava un cittadino italiano defunto e due cittadine italiane come beneficiarie), dimostrava l’esistenza di un conto detenuto all’estero e quindi in violazione delle norme valutarie e fiscali italiane. Comunque sia, i legali di Margherita chiedevano a Morgan Stanley chi avesse dato alla banca le disposizioni relative a quel prelievo di fondi e al relativo trasferimento avvenuto il 26 marzo del 2004, e quindi dopo la morte di Agnelli, chi avesse ordinato di effettuare quel doppio bonifico alle due eredi, a chi fosse intestato quel conto, quando era stato aperto, se per caso esisteva ancora, chi ne aveva la disponibilità, e quanto denaro vi era depositato.

La risposta della Morgan Stanley è incredibile. Nella lettera – datata 16 aprile 2007 e firmata da Thomas Rees, executive director, e da Kathrin Frei, legal & compliance executive director – Bank Morgan Stanley Ag scrive all’avv. Yvan Janneret dello Studio legale Fontanet & Associés di Ginevra: «Oggetto: Il defunto Sig. Giovanni (Gianni) Agnelli Caro M.e Janneret, con riferimento alla vostra lettera del 13 febbraio 2007 abbiamo il piacere di informarvi che siamo stati consigliati dall’intestatario del conto, che diede istruzioni per il pagamento di euro 109.685.000, che fu effettuato il 26 marzo 2004, di non divulgare nessun ulteriore dettaglio riguardante questo pagamento. Cordiali saluti». In sostanza, Morgan Stanley attesta di essersi messa in contatto con un defunto per due volte: in un primo tempo allorché il titolare del conto, post mortem, dispose di pagare le sue eredi, e successivamente quando, di nuovo interpellato nell’Alto dei Cieli, l’augusto scomparso ha dato ordine di non fornire nessuna informazione sul proprio conto. Men che meno a sua figlia! Morgan Stanley è davvero una banca dove accadono molte «stranezze», ben diversa da quelle italiane la cui tanto decantata e smisurata fiducia nei clienti è dimostrata, ad esempio, dalla catenella con cui viene impedita l’eventuale asportazione di una semplice biro dal bancone sulla cassa (e la catenella è fissata a un supporto impossibile da staccare…).

Fu dopo questa lettera, nel 2007, oltre quattro anni dopo la morte del padre, e tre anni dopo l’accordo raggiunto con sua madre, che Margherita Agnelli ritenne che la misura fosse ormai colma e diede il via alla causa presso il Tribunale civile di Torino chiedendo il rendiconto del patrimonio di suo padre a coloro che riteneva ne fossero gli amministratori: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Sigfrid Maron. A fronte di tutto questo è azzardato pensare che Jachi Elkann abbia materia su cui riflettere? Oltreché sulle notizie riguardanti i conti scomparsi e ritrovati dai due pm di Milano, non dovrebbe chiedere lumi a qualcuno che teneva i contatti con Sigfried Maron e gli impartiva disposizioni da Torino, a proposito di questi illeciti comportamenti tesi a occultare il patrimonio del nonno Gianni, sia a sua madre Margherita che a sua nonna Marella? Forse però Jachi non è la persona più indicata per insospettirsi, porre domande, chiedere lumi. Semmai il contrario. Lo fanno capire gli stessi pm milanesi nel passaggio che riguarda un altro «forziere» segreto, questa volta a Vaduz: la Alkyone Foundation, una delle numerose anstalt e stiftung in cui l’Avvocato aveva raccolto il proprio patrimonio nascosto in parecchie società off-shore domiciliate alle Isole Vergini. Quando Margherita, nel corso dei dodici mesi di trattative con la madre per l’emersione e la spartizione del «tesoro estero», fece chiedere dai suoi avvocati qual era la struttura e la composizione dei trust racchiusi nella Alkyone, John Elkann avrebbe riferito all’avv. Emanuele Gamnaqueste inquietanti parole: «Non vi daremo mai quelle società e i loro conti perché voi non dovete vedere le operazioni che vi sono passate».

Che cosa c’era da nascondere? Quali operazioni «passavano» per quelle società? Purtroppo i magistrati milanesi non hanno approfondito questo interessante aspetto che porta ad avanzare ipotesi e scenari di ogni tipo, anche i più inquietanti. Né le domande sono state poste a Gabetti e Grande Stevens (e nemmeno a Maron visto che la rogatoria per interrogarlo è stata respinta dalle autorità svizzere). I tre risultavano come «protectors» (protettori) della Alkyone Foundation e hanno regolarmente apposto la loro firma allo statuto costitutivo e soprattutto hanno approvato un «regolamento supplementare» dello stesso statuto che conferisce loro poteri e benefici non indifferenti.

Non è ancora finita. A un certo punto nel corso delle indagini compaiono in scena anche due strani personaggi: Orlando Bisegna e Caris Vanghetti. Essi fanno avere a Margherita Agnelli alcuni documenti che dimostrano l’esistenza di altre fondazioni e anstalt all’estero, fino ad allora sconosciute. I magistrati li interrogano due volte (9 aprile e 11 maggio 2010), ottengono notizie interessanti ma l’impossibilità di verificare il tutto, a causa della mancata assistenza giudiziaria svizzera, impedisce di conoscere il quadro completo. In particolare se, proprio nel periodo in cui i due si fecero vivi, davvero stavano andando a scadenza titoli del valore di centinaia di milioni di euro di cui Margherita, e forse anche Marella, erano state tenute all’oscuro. Chissà chi avrà intascato queste somme?

Una storia, un giallo senza fine, dunque. Con una conclusione che i due magistrati milanesi scolpiscono nero su bianco al termine del loro lavoro: «1) Non possono escludersi, almeno in linea teorica, accordi tra le persone coinvolte in questa vicenda volti a marginalizzare Margherita Agnelli sul piano economico […]; 2) deve negarsi l’“ingiustizia” del profitto avuto di mira da Margherita Agnelli, posto che la stessa, quale erede universale del padre, aveva titolo a conoscere l’ammontare del suo patrimonio in funzione di un giusto riparto con la madre».

Chissà che cosa pensa Jachi Elkann di tutto questo? E chissà se, in tutti questi anni, o prima o poi, gli è mai passata per la mente una domanda: «Vuoi vedere che hanno nascosto anche a me, oltre a mia madre, tutto il patrimonio accumulato all’estero da mio nonno?».

© Estratto dal libro di Gigi Moncalvo I caracciolo – Storie, misteri e figli segreti di una grande dinastia italiana (537 pagine,Amazon.eu, 20 euro). Il volume raccoglie le appassionanti e coinvolgenti vicende che riguardano i due principali protagonisti: Carlo Caracciolo principe di Castagneto, editore e fondatore de l’Espresso e diRepubblica, e soprattutto  Donna Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. Si tratta di una sorta di prosecuzione e completamento dei due libri che l’autore ha dedicato alla saga della Famiglia Agnelli: I Lupi e gli Agnelli eAgnelli Segreti – Peccati, passioni e verità nascoste dell’ultima “famiglia reale” italiana.

 


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